Città adriatica mare adriatico

Città adriatica mare adriatico

Progetto su invito per la mostra “La città adriatica”, a cura di Lucio Rosato
allestita presso Usomagazzino, Pescara (17/28 luglio 2012) e presso S. Francesco della Scarpa, piazzetta Carducci, Lecce (30 novembre/12 dicembre 2012)
pubblicata in Rosato L. (a cura di), La città adriatica. Riflessioni a margine sulla periferia continua. Melfi: Libria

Alberto Bertagna, Sara Marini

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Il mare della città adriatica
L’uno è il mare della città: è uno spazio liquido, senza confini se non quelli costretti dal contatto con l’acqua; è quella terra che accoglie edifici e infrastrutture, dove le presenze galleggiano e si sostituiscono intercambiabili.
 L’altro non ha profondità, non ha rilevanza: è un mare piatto, è un mare fermo, è un mare sullo sfondo. La stagionalità del suo uso non è un continuo rinnovarsi, per la città, non è la periodicità lieta di un incontrarsi sempre diversi: è solo l’eterno ritorno di un ricordo che riemerge sempre uguale, anno dopo anno.
Il vero mare, quello che stabilisce con la propria instabilità l’inutilità di una struttura urbana, di ogni relazionalità, non perde occasione per affermare il proprio primato: nessuna logica se non quella della marea insistente che produce mutamenti di funzioni e di senso; nessun ancoramento possibile per gli edifici, costretti a cambiare copione continuamente per giustificare la propria presenza, pena l’evanescenza. Alla loro figura il mare del tempo che non si può fermare guarda con totale indifferenza. C’è un solo rifugio per l’architettura: è dentro. Dentro se stessa, chiusa nella propria esuberanza ermetica. Come nelle scialuppe durante un naufragio, dentro gli edifici si costruiscono ripari, si immaginano mondi, si disegnano scene del quotidiano. Sono queste scialuppe a narrare l’identità multipla della città adriatica: strani naufraghi, sicuri solo dentro il loro continuo ondeggiare, timorosi di toccare l’acqua reale, l’acqua della dimenticanza.
Senza struttura
Se la città è senza struttura malgrado l’orografia, malgrado i piani e le prospettive cercate, allora l’assenza di struttura è la materia della città. Il non plan ha trovato campo inaspettatamente, senza indirizzi e malgrado tutto, o grazie all’anarchica e legale liberazione dei microdesideri delle microproprietà, nella costa adriatica. La città compete con il mare e lo sberleffa: tanto minuto sembra il moto dell’acqua a confronto con il moto urbano, quanto inconsistente appare il susseguirsi di modeste maree a confronto con le revisioni di senso e di ruolo che parti del marecittà decidono di assumere a prescindere dalla propria consistenza. Tutto fluttua ed è intercambiabile: non ci sono fulcri, oggetti, condizioni che possano fermare il mareterra, e anche la sua condizione frantumata, dettata da ritagli di valore più che da progetti, non ne mitiga la capacità di essere il protagonista del nesso, per quanto nesso possa essere dato. Certo i centri storici arroccati sulle colline persistono come scogli, ma la loro è solo una presenza accidentale, sono eccezioni nel loro ancoramento al suolo, nel loro essere un tutt’uno con il suolo, nel loro emergere dal suolo: non possono che esaltare il dilagare del marecittà, il procedere di elementi che galleggiano, che subiscono spinte capaci di riconsiderarne la consistenza. Gli oggetti sono ormeggiati in base a logiche certo riconoscibili o ritrovabili, ma il tempo sembra narrare un procedere ingenuamente fiducioso verso l’architettura, come se questa con l’aggiornamento del proprio aspetto, della propria maschera, potesse costruire un destino per la città. Invece, malgrado l’accatastamento di logiche che finiscono per negarsi a vicenda senza vincitori né vinti, ciò che trae forza è semplicemente lo spazio dell’accumulo, la sua disponibilità a ricevere e presto a disperdere, a separare piuttosto che a connettere, a offrirsi come scena dove attori e copioni possono susseguirsi.
Il mare reale, l’acquamare, di fronte a tutto questo assiste fermo, immutabile alla dinamicità dell’altro. Si presenta come un suolo rigido, la sua relazione attraverso la spiaggia con il mutamento urbano è un azzardo: rischia il confronto ma se ne ritira presto; la mareggiata prova a forzare la condizione di stallo ma la sua forza non dura, non supera lo spazio di una sorpresa. Nulla cambia nell’acquamare. Certo muta il riverbero del sole nelle differenti stagioni, certo si modifica il suo calore e il suo desiderio di proporsi come ultimo spazio pubblico aumenta, e certo le navi che lo attraversano lo rendono anche solo se per pochi istanti più vivo, ma tutto risulta niente, o poco. Alla fine risultano solamente cenni di persistenza, conferme che nulla evolve, che ogni istante procede inesorabile a confermare l’impossibilità di un cambiamento: il mare d’acqua è, esiste, ma solo come spettatore ideale dell’inarrestabile insofferente città.
Dentro
Se la forma dell’edificio è paragonabile alla figura e al colore di una boa, i profughi, gli stessi che hanno saturato il suolo, che hanno dato corpo all’impossibilità dello spazio pubblico, che cercano continuamente e insistentemente rifugio, dentro se stessi costruiscono i propri mondi. Sono i ricordi di un’urbanità quelli che prendono vita negli interni, sono coordinate di tempo che altrimenti difficilmente troverebbero luogo se non in forma o nel ruolo di surrogati. La città è dentro l’architettura, ne vengono ricostruiti i bagliori contro qualsiasi forma di resistenza. Dentro può attuarsi la condivisione dello spazio non concessa fuori: il fuori è di Nessuno perchè lì vigono le regole del diritto del mare, lì vigono le regole dell’Odissea continua. Dentro, nel segreto delle proprie stanze, l’architettura è tutta umanità. Gli edifici non sono isole salvifiche, prima o dopo possono essere travolti e mutare di senso loro malgrado, diventare centro o periferia rispetto alle coordinate ridefinite continuamente dal mareterra, e allora di conseguenza anche gli interni dovranno adattarsi alla marea, reagire, vivere altre derive. Ma solo lì esiste qualcosa, solo lì non si sente il silenzio del mare.